johnnybgoode

special k

ancora una volta ti ho incontrata. me ne correvo per una strada sterrata immersa tra campi di grano e le spighe erano alte così che riuscivo a svettare solo volando, viaggiavo leggero a mezzo metro da terra, muovevo le gambe hai presente roadrunner. primavera e colori e profumi confermavano una gioia di vivere che io solo in sogno. suonava special k e pensavo solamente ad arrivare per tempo -para papa parara- capivo da subito di quel carro instabile, sbandava e metteva paura, ma non riuscivo a passarlo prima che si ribaltasse bloccando completa la strada. ero fermo affranto un minuto perché proprio non ce n’era di passare più in là del rimorchio adagiato sul fianco per la carreggiata ed ecco apparivi -para papa parara- in sella a una vespa ti si sentiva da lontano e frenavi all’ultimo per fermarti accanto alla carcassa con ruote di legno che ancora giravano a vuoto. impassibile facevi inversione nel tuo abito a stelle sotto a un casco aviatore pastello che quasi non ti si scorgeva. preoccupato di non fare tardi mi sbracciavo per attirare l’attenzione “ehi belnaso” incrociando il tuo sguardo attraverso lo specchietto rotondo. e poi avevo i tuoi occhi e che occhi addosso… Continue Reading →

#me

che molte persone pensano sia stronzo, te pure, e vorrei dire fermati ti spiego non è così / che sono la pecora nera della famiglia ma anche il nipote preferito di mia nonna / che nove su dieci quando parlano mi annoio e me ne andrei / che un tuo messaggio mi cambia d’umore / che ho questa vita incasinata e la vorrei raccontare / che non ho un posto per sentirmi a casa

potter

metti che sei sveglia e che ti penso. metti che ti scrivo e non lo sai. metti che io dormo e che tu dormi. metti che ti sogno e che mi svegli. metti che mi vedi e non ti scrivo. metti che ridormo e ti risogno.

questa è l’acqua

pretendi di giocarla questa vita, ma anche rimanere in superficie è dura. non è natura che noi si galleggi, siamo a disagio a non andare a fondo. squali d’acqua non così dolce costretti ad agitarci per sopravvivere. calma la troviamo se qualcuno ci porge una pinna offrendoci di nuotare e finalmente dormire. questo e mi sono trovato a pensare un’altra volta troppo. non è la ricetta per essere felici.

joey

era solo la mia voglia di vederti -e non ho più il tuo sorriso- se puoi dimmi che c’è un trucco per difendermi da te e riuscire a guardarti senza il tarlo di quel morso delicato che darei alle tue labbra.

la lavatrice del sistema

4.17 e ti guardo tutto speranzoso che per una volta tu mi scriva, ma anche la paura che in un istante tu appaia. mi chiedo se dormi. qui caldo e pensieri, molti per te e un po’ meno per sta vita. ma perfino in brasile è finita la giornata e sì che hanno qualche ora in meno -ma tutta la samba in più- ecco speravo forse in realtà di non vederti e di pensarti addormentata e serena, dopo stamattina. sai, a me piaci quando ridi oppure sei concentrata e dolcemente raccogli con le mani i capelli senza staccare lo sguardo dallo schermo, inconsapevole del sole che porti e così scopri la base del collo richiamando morsi d’amore -ascolto i def leppard che dici troppo cattivi- vedi io rappresento un mondo che sfuma e tu piccola pioniera di un altro che arriva e che inizio a non capire puoi fidarti di me, sono un uomo di -online-

here comes the sun

george harrison – here comes the sun

love bites

tra i vantaggi del portare colori stranieri in terra italiana: che quando in ferie johnny cammina e cammina e i def leppard suonano forte, nessuno rompe mi scusi. certe ragazze carine lo disturbano solo could you please take a picture, si prende i sorrisi e ritorna al concerto privato. poche volte lo tradisce il sapersi vestire #mannaggialui

once upon a time

c’era questo ragazzo johnny, incastrato nelle pieghe di una vita troppo attorcigliata. e c’era questa ragazza katie, che sarei rimasto a guardarla.

surf in usa

allora ti domando per te quale seppur minima differenza o anche solo lieve flessione dovrebbe comportare tutto quello che tu dici e non è che una cornice con le spine, che non ti chiedo di cambiare o meglio non mi aspetto tu lo faccia per la mia faccia bella se non è un desiderio che ti nasce dal di dentro, nel mio agire come faccio o piuttosto nella semplice ammissione, vedi non di atti consci e volontari qui si parla ma del trovarsi anzi travolti dall’impeto di un’onda su cui nemmeno kelly slater riuscirebbe a fare surf e di riconoscere accettando l’impotenza a contrastare un sentimento irragionevole e reale quanto i crampi che attaccano lo stomaco dopo una settimana di digiuno o l’ebbrezza lasciata da una bottiglia di barbaresco ormai vuota e sdraiata qui di fronte, dicevo nella pura e genuina constatazione che cazzo mi piaci?

whatsapp

qui ti affermo che ho una voglia di vederti. questa fame mi divora e sogno più di oggi pomeriggio. e dirtelo con un messaggio sgrammaticato anche per me, tanto non mi leggi se no ti vedrei. online e immaginerei i tuoi pensieri su quello sta scrivendo che palesa un desiderio ma non i dettagli, come al buio la realtà è di contorni e puoi confondere un cappello con un boa che ha pappato un elefante. aveva fame e torniamo al punto che ti mangerei.

riflessi da un parco

se faccia bene rincorrere un sentimento. che puoi trovare o anche no. che può essere improbabile insensato assurdo irrazionale. consumarsi e consumarti in poco. non essere mai ricambiato o addirittura non trovare qualcuno su cui posarsi. è necessario imparare dai propri errori oppure siamo forse e saremo quei nostri stessi sbagli. e la fatica del viaggiatore solitario verrà a un certo punto ripagata o sarebbe saggio scegliere di avere una accanto che no non è lei e non mi fa camminare sulle nuvole ma c’è reale, bella ci parlo la tocco mi consolo me ne occupo. e se si potesse evitare allora di emozionarsi e compromettersi, rischiare’e soffrire. se la pillola esistesse e la inghiottissimo allo scopo di smetterla col cascarci ancora e ancora. e ancora. in questo caso potremmo affermare poi ragionevolmente di aver vissuto?

whole lotta dream

una buona parte della notte che è terminata l’ho vissuta nella casa dove sono cresciuto e che ora è di mio padre, però ci abitavo solo, come lui ultimamente. in quella piccola strada di paese corta venti metri tutti si conoscono ed è simpatico ripensare alle vecchine appostate giorno e notte dietro le imposte semi chiuse, convinte di essere invisibili nelle proprie stanze, vedette pronte a riconoscere lo sprovveduto intruso che avesse messo piede oltre la linea ideale di confine del regno. per poi scatenare un telefono senza fili e le ragazzine con cui ti piaceva tornare a casa se ne stavano ignare delle indagini che venivano certo svolte sul loro albero genealogico. tra queste villette perfette e conosciute ce n’è una su cui regna il mistero. quasi sempre chiusa sprangata, pochissime volte un’automobile fuori moda compariva parcheggiata davanti al cancello e osservavi una luce accesa dietro le persiane comunque chiuse, ma nessuno era riuscito a vedere chi. ecco a quel numero civico nell’universo del sonno stava un pub e bighellonavo con gli amici quando sei arrivata inattesa o meglio insperata. mi coglievi di sorpresa, addosso il pigiama che non metto quando dormo. sgattaiolavo senza farmi notare e correvo a… Continue Reading →

dedicato

ma guarda che sono stato anche prima!

è stata tua la colpa

k-ty – les pieds dans l’eau

mettiamo che ti avessi

mettiamo che ti avessi indovinata corrertene, mentre assonnato me ne stavo assorto in sogni infantili e i led zeppelin cantavano il loro rock n roll a un volume tanto alto da mollare per poco nostro mondo e tormenti, mettiamo che la scena facesse difetto – la stazione si estende sporca e fredda sulla destra e a quest’ora in questo periodo è soffocantemente affollata di ho riunione col cfo e i bambini escono presto da scuola e pranzo con mario e il progetto è in ritardo e ho il cliente nel pugno e zio che fai alle otto con quel kebab – mettiamo che la porta del vagone scivolasse rumorosa a impedirci la strada e io saltassi all’ultimo istante perché tre minuti fanno la differenza e mettiamo ti avessi intuita anzi che vista e che dopo troppi mesi ricordassi un profumo, non proprio il tuo ma che nei fatti sei tu, o meglio mettiamo l’avessi piuttosto smarrito, ma anche che allora fosse pronto a tornare insolente con me dalla memoria di cose perdute al momento più o meno opportuno e in quanto a tempismo io da sempre sto a zero, da quando arrivai con due mesi d’anticipo e un quarto d’ora… Continue Reading →

the sound of silence

oggi nulla d’ispirato. attraverso le tappe di una mezza vita certe persone semplicemente ci sono. qualcuno da subito, altri si aggiungono durante il cammino, intoni con loro un paio di canzoni e si trovano. e molte volte quei volti ti volti e non ci sono che ancora ne senti la voce echeggiare. senza colpa, lemmings ce ne andiamo sparsi e ognuno di noi certo ha il suo, di sentiero. questa è per dire grazie a chi c’è stato almeno una volta, ma soprattutto a chi sempre. nel silenzio non avrei retto uguale. disturbed – the sound of silence

run baby run

ma dove corri. l’eccitazione di avere oggi qualcosa di nuovo da scrivere svanisce. mi trattengo ma vorrei buttar via tutto, sopraffatto dalla consapevolezza improvvisa di non essere meno banale di un volo qualunque. desiderio e frustrazione combattono battaglia furiosa nella guerra eterna del vorrei ma non posso. se non di essere migliore, comunque più vero almeno in quanto centro nell’universo. e mi rispondono in coro vedi bello, prendi il numero che ci siamo illusi noi secoli prima di te.

give me a reason

nel tragitto verso casa m’imbatto in un motociclista grasso, fermo con entrambi i piedi a terra e aggrappato al manubrio. l’enorme indossa un giaccone mimetico logoro e cavalca una bella harley dal serbatoio altrettanto mimetico, destriero vinto affaticato quasi inglobato nel suo immenso cavaliere. in coda il vecchio bauletto portacasco rimane socchiuso grazie a un giro generoso di corda arancione e ne vedo spuntare un bel paio di gambe femminili, sexy, slanciate, tatuate. mi accorgo solo poi che sono di legno e che probabilmente appartenevano a un’indossatrice da vetrina e mi chiedo perché.

destra cinque lunga chiude

sembra ieri e ho già cinque anni

(buoni?) propositi

terrore

mi ricordo di mio padre alla mia età.

imitation of life

a volte ti chiamo. se cucino o mi lavo i denti e anche quando troppi pensieri hanno la meglio contro un uomo stanco. pronuncio il tuo nome e quasi attendo una risposta mentre vago per le strade del quartiere e le cuffie mi sparano i rem ben oltre i timpani. accenno un punto di domanda gentile e le pareti di casa restituiscono speranza per ciò che sarà. che si attenua presto lasciando viva l’eco di cosa è stato e ora non è. sospiro per lamentarmi della vita, ma so di essere fortunato. perché ti ho, ci sei, mi hai, ci sono. la vita è bella oggi. #gojohnnygo

una lettera da lontano

caro johnny, immagino non t’aspettassi di ricevere una mia lettera. sono seduto sul divano e rifletto su questa cosa della vita. ormai me ne sono andato da un po’ e qui è tutto diverso. ho una casetta in centro, piccola ma accogliente e c’è il camino. posso finalmente appendere il poster dei green day! mi manca tutto di prima oppure no, le lunghe invettive appassionate. i giorni scorrono veloci e a volte temo che cercare di afferrarla questa esistenza non sia cosa. la sabbia scappa dal pugno ma stringiamo fino a farci male. insomma nella nostra serie tv non so se la puntata durerà proprio cinquanta minuti oppure avremo la fortuna di trovare una pubblicità stupida e cambiare canale. sono sicuro però il leitmotiv verrà rispettato e una svolta arriverà verso i tre quarti, quando gli spettatori si sono appassionati e hanno imparato a conoscere perfino il cattivo che li tormenta. solo ho capito di essere poi io stesso il mio nemico e in questi casi per chi puoi tifare davvero. spero tu stia bene e che scrivi ancora. fatti sentire.

catch-22

ti corteggiavo come solo nei sogni può condurre a un lieto fine quando i babysitters circus si sono intromessi ricordandoci che tutto andrà bene. hai in mente quei predicatori un po’ fuori di testa dotati di cartelli su quanto la fine sia in effetti vicina? beh vicina lo era davvero, anzi immediata perché un attimo dopo mi ritrovavo sprofondato tra il cuscino e un iphone impegnato a svegliare il vicinato, irraggiungibile a portata di braccio e quindi essenzialmente in un’altra dimensione. ok che anno è? lunedì. potrebbe esser peggio. il primo piede giù dal letto calpesta un sacchetto di popcorn sweet and salty mangiato solo per metà e mi ricorda che ho cenato a mezzanotte davanti alla solita puntata di xf. 22 minuti per barba-doccia-vestiti-cravatta sono un lusso. potrebbe piovere. ingabbiato in questa vita si riparte.

zeta reticoli

con le tue parole dipingi un ritratto ipperrealista, questa fotografia in alta definizione ti inchioda ai difetti di un buon terzo di vita, non te. e mi domando se sia tutto dettagliato anche per me che non chiamerei in quel modo un sentimento mal corrisposto. lo trovo crudele. il tuo sistema binario di stelle in più dimensioni e dal cuore pulsante destinate a trovarsi appena mentre aspettano di affievolirsi lo faccio un po’ mio, solo meno a fuoco che a fissarle mi fanno male gli occhi. sarà l’età, avrei bisogno di osservare da distanza di sicurezza. tento di declinarne le superfici e ci trovo. + camminare nella stessa direzione e abbandonare temporaneamente la solitudine che ci portiamo + il desiderio capace di travolgerti in misura inaspettata + ridere insieme e colorare la realtà grigia incollata + far pace + e condividere passioni quali cucina cinema musica + poi scoprirci nell’altro come vorremmo essere ma non sappiamo e pensare è possibile + essere lì nei momenti duri, quando metti hai sette tubi sette in corpo e sai solo accennare un movimento con la mano per dire ti sento + e occhi ti guardano e così non hanno mai guardato + rinunciare… Continue Reading →

l’inarrivabile felicità

alex arnell

elogio dello sfanculo

che nella vita me ne son presi e meritati. la volta uno avevo otto anni e tiravo in chiave moderna le trecce alla bambina più carina della classe. cazziatone fu severo ma giusto e son venuto su il bel bagai che conoscete. puoi lasciarti andare e liberarli questi improperi come figli cresciuti quando ormai camminano soli, fuochi d’artificio, festa della liberazione. l’importante è concentrarsi su quel punto tra gli occhi dove il naso si accenna o subito sotto e immaginare di appoggiarci la fronte in modo poco delicato, forse appena rude a la calciatore algerino. a milano mandare a culo è arte che si affina in anni di fallimenti e sacrifici. ci vuole preparazione, se non hai studiato i punti deboli della vittima ti conviene restare a casa e far giocare i grandi. serve mantenere piglio teutonico perché scivolare verso la sceneggiata napoletana è un attimo. il meneghino lo riconosci, aggiunge la sua nota di sarcasmo che ti arriva dopo ma quando lo fa è il colpo di grazia. qui non ci si augura morti parentali premature o di buttare sangue dal cuore, si esprimono piuttosto stupore disapprovazione delusione, ché così si trasferisce il segno.

capitolo due

[…] sapete l’universo in cui quattro di undici vive è essenzialmente come il nostro, ci si arrangia per incasellare ogni prospettiva salvo poi emozionarsi alla prima esperienza fuori dagli schemi che vien da chiedersi come mai tanti affanni allora. ecco duedue fa eccezione perché a lui le tabelle lo mandano ai matti. pensate che una volta è uscito di casa con le scarpe spaiate, certo non vistosamente differenti ma tant’è. la favola di venti racconta invece di un posto dove splende sempre il sole. in questo paradiso manca il mare però ci sono dei tramonti che non so descrivere. la bella zero è stata spesso assente dal suo paese natale, all’inseguimento di balordi che certo non avrebbero meritato tanto interesse. proprio in questo momento la ragazza è lontana sulle tracce di undici il fuggitivo e siamo nel cuore di una quelle notti insonni passate a osservare inosservata (e come potrebbe) mr scarpe che è un po’ il suo autore senza essere bandito, triste senza lasciarsi abbattere e ha una scintilla negli occhi. succede che alla detective solitaria scappi un accenno di tosse, appena più di un respiro mentre quattro è seduto a un tavolo al centro di una stanza poco… Continue Reading →

e

| trovarti con rabbia, veleno | dopo un gioco da schiva | tigre non graffi davvero | ridere morderci il labbro | spalle al muro due occhi e una sfida | e allentare la presa e poi stringere ancora | e specchiarmiti dentro

milan

iniziavo ogni giorno nella mia latta con ruote e mi piaceva. formichina con l’idea che alino i giornali li leggesse a me e che li commentassimo insieme. clima controllato, deodorante, abito stirato e battere il tempo sul volante, ti lascio passare ma vaivaivai *#^@!*, i sedili riscaldati uno status symbol, huey lewis and the news, ma anche star soli tra anime sole che nelle loro di latte ti guardano ma non ti vedono. allora a trentacinque al mese ti compri il viaggio in scatola ma più grossa e senza gomma sulle ruote. bye alino e giornali, welcome temperatura che riesce a essere sbagliata tutto l’anno e dimentica il deodorante. però qualche sguardo lo incroci e puoi sorridere a una vecchina mentre le cedi il posto perché la vedi in difficoltà. e la flebile speranza di incontrare un’altra volta la ragazza che ti piace e aver paura di riuscire a parlarle.

come vivrai

un esercito nella pioggia

stille invisibili cadono e si appoggiano sul giubbotto leggere. alcune scelgono le lenti degli occhiali, ne stravolgono il significato e rendono ironicamente opaca la vista del mondo oltre. rifletto sul fatto che queste piccole si comportino proprio come i pensieri che in mattinate così ti sfiorano e rimangono, appiccicandoti ricordi spot di un passato che è stato, sereno e perduto, e solo raramente riportano un bagaglio di gioie speranze e sogni. concedimi non oggi, oggi viaggiamo appesantiti un tot dai diversi me che ho tirato su in questi anni per abbandonarli poco dopo o si sono distrutti a vicenda grazie al dannato richiamo del dolce farsi male che ci contraddistingue, le mie copie e me. quando si saprà dell’esistenza di un esercito di cloni ci daranno la caccia, la gente non possono, non devono sapere. johnny tutti del mondo vi invito a nascondervi.

l’ondata perfetta

l’ondata perfetta è la storia di undici che era stato nel penitenziario di vallata per colpa di alcuni peccati di gioventù, di quelli che perdoneresti ma un giudice no, e che aveva un blog poco blog o meglio un diario con il quale arginare un flusso di pensieri che stava per farlo uscire di testa. una sera si decise a scrivere per voi di quattro che faceva una fatica folle a stare al mondo e a cui piacevano due cose, la seconda era l’idea di trovare un unicorno per amico. così quattro immagina una favola d’avventura e di sentimenti, questa fantasticheria in cui fa gruppo con sette & sette, gemelle di gran talento ed enorme bellezza e con venti, giovane equino col bernoccolo e immenso genio letterario. venti infatti sta componendo uno dei romanzi gialli più avvincenti che siano mai stati messi nero su bianco. nelle sue pagine l’unicorno racconta di undici costretto a fuggire per colpa di alcuni peccati di gioventù, di quelli che perdoneresti ma non l’ombrosa detective zero. e questa corsa è più che altro una rotta via da se stesso perché zero ha una qualità unica: può vedere con gli occhi del nostro numero primo, ascoltare i… Continue Reading →

le ragazze non piangono mai

della maniera di affrontare gli ostacoli che ci si parano davanti, perché la cattiveria agonistica non è roba da maschi. è scritto che lupo e falco non si incontrino e quindi se non lo sai ascolta me, ho visto fragilità eterne cambiare in sicurezze invincibili. ecco allora siete belle ma per favore. per favore regalami un’illusione di necessità.

choose life

choose a job. choose a career. choose a family. choose a fucking big television, choose washing machines, cars, compact disc players, and electrical tin can openers. choose good health, low cholesterol and dental insurance. choose fixed-interest mortgage repayments. choose a starter home. choose your friends. choose leisure wear and matching luggage. choose a three piece suite on hire purchase in a range of fucking fabrics. choose diy and wondering who the fuck you are on a sunday morning. choose sitting on that couch watching mind-numbing spirit-crushing game shows, stuffing fucking junk food into your mouth. choose rotting away at the end of it all, pishing your last in a miserable home, nothing more than an embarrassment to the selfish, fucked-up brats you have spawned to replace yourself. choose your future.

scarpe da skater

la mattina quando esco controllo di avere le scarpe uguali. tra di loro. quasi sempre, una volta me ne sono dimenticato e, ma non erano vistosamente differenti. tra di loro. e se siamo scarpe anche noi certo si cammina bene in coppia, però ti sceglierei espressione di tutte le qualità che so di non avere. due piedi addobbati in un modo che sia un po’ folle magari, tipo io da tiptap e tu da skater.

il mare d’inverno

notte agitata, mi hanno indagato per aver guidato a distanza un aereo che partiva sott’acqua e portava una bomba ai petali di rosa. l’ho fatta franca perché il mio intuito mi ha permesso di disfarmi in tempo del joystick. prima dell’interrogatorio sono fuggito in un campo di grano, dove ho trovato una ragazza bionda e americana. lei mi ha invitato a giocare con un biliardo gigante. bello, ma le bocce – da gioco – erano in realtà arance anche un po’ mature e ciò ha reso il tutto piuttosto complicato. d’inverno il mare è limpido, però riflette il grigio del cielo e per questo motivo non è bello come d’estate. la prossima volta ti porto con il treno a san fruttuoso dove si può ammirare il cristo degli abissi. non serve un sottomarino, basta immergersi trattenendo il respiro.

vivo

litigo con le parole e fottesega. scrivo qui per me mica per voi, che volete. una spinta ti fa alzare la mattina e l’incontro con un’anima che non c’è. quella metà del mondo da cui è così dolce dipendere, ma anche questa cosa che non ci troviamo. desìderi e desidèri di essere compreso nell’essere di qualcuna che è altro e non può essere altrimenti. ciò-è essere non avere, eppure ci danniamo per averne più di tutti, che hai mors tua vita mea e non invece vivo io + vivi tu. io vivo.

aidi

se fosse un pezzetto su di te, di quelli che nascono di notte quando i pensieri corrono più veloci di quanto faresti e crescono senza un controllo evidente fino a raggiungere le duemilaottocentosettanta battute, allora l’avrei scritto spiegando che non mi piaci poi tanto e che posso smettere di pensarti quando voglio.

time bomb

sneakers bianche come manifesto di vita, piccolo gesto di ribellione che noi anni ’80 ci concediamo sull’attenti in uniforme da ufficio. cappotto nero come l’illusione di avere una casella nel mondo e la presunzione che orari fissi, ruolo e una colonna sonora adeguata possano aggiustare tutto. secrets to a good life is knowin’ when you’re through

ready to fight

david tsiang – combat

ti ho sognato

| non mi risolvevo a darti un volto | ma la tenerezza che non ti ho mai | l’aspetto di ragazze passate | e che non sono state | sai perché lei | abbiamo dormito abbracciati | chiarito che sono uno serio | “mi fai ridere” | quattro ore di sonno filato | finalmente ora cerco di ritrovarti | la parte che mi scappava la pipì | (ve la risparmio)

racconti

mi frulla l’idea che tutto il nostro essere sia essere ultimamente racconti. che esistiamo se stiamo personaggi nelle storie di qualcuno, siamo in quanto veniamo detti narrati o citati. in questo senso io posso a gran fatica tenermi in vita scrivendo di me, almeno finché avrò un’altra parola da buttare giù o fino a quando un nuovo johnny prenderà il mio posto.

piccolo manuale di sopravvivenza urbana

cicche (milanese meaning); ostentare indifferenza anzi insofferenza alle sfortune altrui; calze a righe; in macchina fare largo uso di abbaglianti; beats by dr. dre; spesa solo dopo le venti; l’ombrello è fuori discorso; un libro sufficientemente underground; max due colori addosso (il bianco non conta); dito medio pronto; scarpe pulite; va tutto bene; un buon sito di streaming; un’amica;

third conditional

se ti avessi incontrata un giorno, che ne so in primavera sul prato di un parco cittadino, sole caldo non troppo e musica alta nelle orecchie, accendevo una sigaretta e chiedendo scusa di qua per il duomo mi trovavi impreparato alla tua bellezza, oppure ad agosto in spiaggia per colpa di un pallone finito più in là, costretto ma no a scusarmi e a promettere di sdebitarmi con te e la tua amica, se ti avessi notata in biblioteca assorta nello studio su quei manualoni pensando mamma mia che visione una scusa l’avrei trovata e mi sarei finto esperto, rimediando una figuraccia e facendoti ridere, o su una pista da sci, il tuo sorriso a illuminare la giornata più del sole bianco di montagna puoi stare sicura che con la tavola sarei caduto proprio di fianco a te, avrei rischiato una botta per farmi notare, dicevo ti avessi incontrata io, insicurezze da teenager e passione per la musica rock, converse rosse che si sono sporcate sulla punta quando imbarazzato mi sono schiacciato da solo il piede perché mi avevi guardato e ti avevo riconosciuto, jeans rigorosamente grigi che non siamo negli anni novanta, ma se li metti tu va bene… Continue Reading →

grazie

e se ho almeno questo disastro di vita lo devo anche a te, che neanche so chi sei stato o chi sei stata, come ti chiamavi e come ti chiamavano. e non ho fatto in tempo a dirti

1994

green day – dookie

talento della prosa

ora li chiamano testi, saggi o articoli di giornale, una volta erano solo temi e a metà del lavoro, giocando con una sigaretta sulla scala antincendio, ripetevi le tue formule sottovoce e ti sentivi più fico di brizzi

no play

All work and no play makes Johnny a dull boy. All work and no play makes Johnny a dull boy. All work and no play mmakes Johnny a dull boy. v All work and no PLay ma es Johnny a dull boy. All work and no play makes Johnny a dyll boy. All work and no play makes Johnny a dull boy. All work and no play makes Johnny a dullboyAll work and no play makes Johnny a dull boy. All work and no play makes JOhnny a dull boy.All work and no,play makes Johnny a dull boy. All work and no play makes Johnny a dull boy. All work and no play make Johnnya dull boy. All work and no play makeJohnny a dull boy. All work and no play makesJoh  y a dull boy. ll work and no play makes Johnnyaa dull boy.

« Older posts

© 2017 johnnybgoode — Powered by WordPress

Theme by Anders NorenUp ↑

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close