una buona parte della notte che è terminata l’ho vissuta nella casa dove sono cresciuto e che ora è di mio padre, però ci abitavo solo, come lui ultimamente. in quella piccola strada di paese corta venti metri tutti si conoscono ed è simpatico ripensare alle vecchine appostate giorno e notte dietro le imposte semi chiuse, convinte di essere invisibili nelle proprie stanze, vedette pronte a riconoscere lo sprovveduto intruso che avesse messo piede oltre la linea ideale di confine del regno. per poi scatenare un telefono senza fili e le ragazzine con cui ti piaceva tornare a casa se ne stavano ignare delle indagini che venivano certo svolte sul loro albero genealogico. tra queste villette perfette e conosciute ce n’è una su cui regna il mistero. quasi sempre chiusa sprangata, pochissime volte un’automobile fuori moda compariva parcheggiata davanti al cancello e osservavi una luce accesa dietro le persiane comunque chiuse, ma nessuno era riuscito a vedere chi. ecco a quel numero civico nell’universo del sonno stava un pub e bighellonavo con gli amici quando sei arrivata inattesa o meglio insperata. mi coglievi di sorpresa, addosso il pigiama che non metto quando dormo. sgattaiolavo senza farmi notare e correvo a casa – i dieci metri più veloci mai osservati – col proposito di barba doccia vestiti a tempo record, e tornare al meglio delle mie potenzialità. interruzione causa messaggio molesto su wapp, l’iphone sbatte contro il muro e ripiombo sul mio pianeta preferito. mi svegliavo di nuovo in un letto, ancora a casa di mio padre senza lui ed era mezzanotte passata e cavoli che cosa è successo. mi facevo bello o almeno ci provavo e. confuso mi chiedo come, un attimo fa ero con voi e le birre, sgattaiolavo e lei, la tuta e la barba. tacciono. tutti sanno e nessuno dice.

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