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me

state of love and trust

mettiamo che fosse possibile / in un qualche universo arrabbiarsi con te / e magari perfino guardarti e tuttavia rimanerci / incavolato intendo / o mettiamo almeno che si potesse / nonostante quello stesso sguardo / conservare un po’ della tristezza / di cui oggi sentivo il bisogno

l’importanza di dieci minuti per un milanese

ogni mattina a porta garibaldi passa questo treno per lodi e una ragazza scende. io sono lì sulla banchina. scende e abbraccia un uomo anche lui in attesa. si salutano ogni giorno come fosse l’ultimo. poi succede che arriva il passante e lei sale con me. ritorna sulla stessa tratta che ha abbandonato dieci minuti prima. il ragazzo invece se ne va verso l’uscita. e mi sembra che nessuno noti la dolcezza della scena, il ritardo cercato di lei, la presenza ingiustificata di lui. a loro non l’ho mai detto ma a me quei due tengono compagnia. mi sento meno solo e meno sfortunato mentre anch’io perdo di proposito un’altra volta il treno e aspetto quello che mi porterà a rogoredo appena in tempo per vederti.

special k

ancora una volta ti ho incontrata. me ne correvo per una strada sterrata immersa tra campi di grano e le spighe erano alte così che riuscivo a svettare solo volando, viaggiavo leggero a mezzo metro da terra, muovevo le gambe hai presente roadrunner. primavera e colori e profumi confermavano una gioia di vivere che io solo in sogno. suonava special k e pensavo solamente ad arrivare per tempo -para papa parara- capivo da subito di quel carro instabile, sbandava e metteva paura, ma non riuscivo a passarlo prima che si ribaltasse bloccando completa la strada. ero fermo affranto un minuto perché proprio non ce n’era di passare più in là del rimorchio adagiato sul fianco per la carreggiata ed ecco apparivi -para papa parara- in sella a una vespa ti si sentiva da lontano e frenavi all’ultimo per fermarti accanto alla carcassa con ruote di legno che ancora giravano a vuoto. impassibile facevi inversione nel tuo abito a stelle sotto a un casco aviatore pastello che quasi non ti si scorgeva. preoccupato di non fare tardi mi sbracciavo per attirare l’attenzione “ehi belnaso” incrociando il tuo sguardo attraverso lo specchietto rotondo. e poi avevo i tuoi occhi e che occhi addosso… Continue Reading →

#me

che molte persone pensano sia stronzo, te pure, e vorrei dire fermati ti spiego non è così / che sono la pecora nera della famiglia ma anche il nipote preferito di mia nonna / che nove su dieci quando parlano mi annoio e me ne andrei / che un tuo messaggio mi cambia d’umore / che ho questa vita incasinata e la vorrei raccontare / che non ho un posto per sentirmi a casa

potter

metti che sei sveglia e che ti penso. metti che ti scrivo e non lo sai. metti che io dormo e che tu dormi. metti che ti sogno e che mi svegli. metti che mi vedi e non ti scrivo. metti che ridormo e ti risogno.

questa è l’acqua

pretendi di giocarla questa vita, ma anche rimanere in superficie è dura. non è natura che noi si galleggi, siamo a disagio a non andare a fondo. squali d’acqua non così dolce costretti ad agitarci per sopravvivere. calma la troviamo se qualcuno ci porge una pinna offrendoci di nuotare e finalmente dormire. questo e mi sono trovato a pensare un’altra volta troppo. non è la ricetta per essere felici.

joey

era solo la mia voglia di vederti -e non ho più il tuo sorriso- se puoi dimmi che c’è un trucco per difendermi da te e riuscire a guardarti senza il tarlo di quel morso delicato che darei alle tue labbra.

la lavatrice del sistema

4.17 e ti guardo tutto speranzoso che per una volta tu mi scriva, ma anche la paura che in un istante tu appaia. mi chiedo se dormi. qui caldo e pensieri, molti per te e un po’ meno per sta vita. perfino in brasile è finita la giornata e sì che hanno qualche ora in meno -ma tutta la samba in più- ecco speravo forse in realtà di non vederti e di pensarti addormentata e serena, dopo stamattina. sai, a me piaci quando ridi oppure sei concentrata e dolcemente raccogli con le mani i capelli senza staccare lo sguardo dallo schermo, inconsapevole del sole che porti e così scopri la base del collo richiamando morsi d’amore -ascolto i def leppard che dici troppo cattivi- vedi io rappresento un mondo che sfuma e tu piccola pioniera di un altro che arriva e che inizio a non capire puoi fidarti di me, sono un uomo di -online-

love bites

tra i vantaggi del portare colori stranieri in terra italiana: che quando in ferie johnny cammina e cammina e i def leppard suonano forte, nessuno rompe mi scusi. certe ragazze carine lo disturbano solo could you please take a picture, si prende i sorrisi e ritorna al concerto privato. poche volte lo tradisce il sapersi vestire #mannaggialui

surf in usa

allora ti domando per te quale seppur minima differenza o anche solo lieve flessione dovrebbe comportare tutto quello che tu dici e non è che una cornice con le spine, che non ti chiedo di cambiare o meglio non mi aspetto tu lo faccia per la mia faccia bella se non è un desiderio che ti nasce dal di dentro, nel mio agire come faccio o piuttosto nella semplice ammissione, vedi non di atti consci e volontari qui si parla ma del trovarsi anzi travolti dall’impeto di un’onda su cui nemmeno kelly slater riuscirebbe a fare surf e di riconoscere accettando l’impotenza a contrastare un sentimento irragionevole e reale quanto i crampi che attaccano lo stomaco dopo una settimana di digiuno o l’ebbrezza lasciata da una bottiglia di barbaresco ormai vuota e sdraiata qui di fronte, dicevo nella pura e genuina constatazione che cazzo mi piaci?

whatsapp

qui ti affermo che ho una voglia di vederti. questa fame mi divora e sogno più di oggi pomeriggio. e dirtelo con un messaggio sgrammaticato anche per me, tanto non mi leggi se no ti vedrei. online e immaginerei i tuoi pensieri su quello sta scrivendo che palesa un desiderio ma non i dettagli, come al buio la realtà è di contorni e puoi confondere un cappello con un boa che ha pappato un elefante. aveva fame e torniamo al punto che ti mangerei.

riflessi da un parco

se faccia bene rincorrere un sentimento. che puoi trovare o anche no. che può essere improbabile insensato assurdo irrazionale. consumarsi e consumarti in poco. non essere mai ricambiato o addirittura non trovare qualcuno su cui posarsi. è necessario imparare dai propri errori oppure siamo forse e saremo quei nostri stessi sbagli. e la fatica del viaggiatore solitario verrà a un certo punto ripagata o sarebbe saggio scegliere di avere una accanto che no non è lei e non mi fa camminare sulle nuvole ma c’è reale, bella ci parlo la tocco mi consolo me ne occupo. e se si potesse evitare allora di emozionarsi e compromettersi, rischiare’e soffrire. se la pillola esistesse e la inghiottissimo allo scopo di smetterla col cascarci ancora e ancora. e ancora. in questo caso potremmo affermare poi ragionevolmente di aver vissuto?

whole lotta dream

una buona parte della notte che è terminata l’ho vissuta nella casa dove sono cresciuto e che ora è di mio padre, però ci abitavo solo, come lui ultimamente. in quella piccola strada di paese corta venti metri tutti si conoscono ed è simpatico ripensare alle vecchine appostate giorno e notte dietro le imposte semi chiuse, convinte di essere invisibili nelle proprie stanze, vedette pronte a riconoscere lo sprovveduto intruso che avesse messo piede oltre la linea ideale di confine del regno. per poi scatenare un telefono senza fili e le ragazzine con cui ti piaceva tornare a casa se ne stavano ignare delle indagini che venivano certo svolte sul loro albero genealogico. tra queste villette perfette e conosciute ce n’è una su cui regna il mistero. quasi sempre chiusa sprangata, pochissime volte un’automobile fuori moda compariva parcheggiata davanti al cancello e osservavi una luce accesa dietro le persiane comunque chiuse, ma nessuno era riuscito a vedere chi. ecco a quel numero civico nell’universo del sonno stava un pub e bighellonavo con gli amici quando sei arrivata inattesa o meglio insperata. mi coglievi di sorpresa, addosso il pigiama che non metto quando dormo. sgattaiolavo senza farmi notare e correvo a… Continue Reading →

dedicato

ma guarda che sono stato anche prima!

mettiamo che ti avessi

mettiamo che ti avessi indovinata corrertene, mentre assonnato me ne stavo assorto in sogni infantili e i led zeppelin cantavano il loro rock n roll a un volume tanto alto da mollare per poco nostro mondo e tormenti, mettiamo che la scena facesse difetto – la stazione si estende sporca e fredda sulla destra e a quest’ora in questo periodo è soffocantemente affollata di ho riunione col cfo e i bambini escono presto da scuola e pranzo con mario e il progetto è in ritardo e ho il cliente nel pugno e zio che fai alle otto con quel kebab – mettiamo che la porta del vagone scivolasse rumorosa a impedirci la strada e io saltassi all’ultimo istante perché tre minuti fanno la differenza e mettiamo ti avessi intuita anzi che vista e che dopo troppi mesi ricordassi un profumo, non proprio il tuo ma che nei fatti sei tu, o meglio mettiamo l’avessi piuttosto smarrito, ma anche che allora fosse pronto a tornare insolente con me dalla memoria di cose perdute al momento più o meno opportuno e in quanto a tempismo io da sempre sto a zero, da quando arrivai con due mesi d’anticipo e un quarto d’ora… Continue Reading →

the sound of silence

oggi nulla d’ispirato. attraverso le tappe di una mezza vita certe persone semplicemente ci sono. qualcuno da subito, altri si aggiungono durante il cammino, intoni con loro un paio di canzoni e si trovano. e molte volte quei volti ti volti e non ci sono che ancora ne senti la voce echeggiare. senza colpa, lemmings ce ne andiamo sparsi e ognuno di noi certo ha il suo, di sentiero. questa è per dire grazie a chi c’è stato almeno una volta, ma soprattutto a chi sempre. nel silenzio non avrei retto uguale. disturbed – the sound of silence

run baby run

ma dove corri. l’eccitazione di avere oggi qualcosa di nuovo da scrivere svanisce. mi trattengo ma vorrei buttar via tutto, sopraffatto dalla consapevolezza improvvisa di non essere meno banale di un volo qualunque. desiderio e frustrazione combattono battaglia furiosa nella guerra eterna del vorrei ma non posso. se non di essere migliore, comunque più vero almeno in quanto centro nell’universo. e mi rispondono in coro vedi bello, prendi il numero che ci siamo illusi noi secoli prima di te.

destra cinque lunga chiude

sembra ieri e ho già cinque anni

terrore

mi ricordo di mio padre alla mia età.

imitation of life

a volte ti chiamo. se cucino o mi lavo i denti e anche quando troppi pensieri hanno la meglio contro un uomo stanco. pronuncio il tuo nome e quasi attendo una risposta mentre vago per le strade del quartiere e le cuffie mi sparano i rem ben oltre i timpani. accenno un punto di domanda gentile e le pareti di casa restituiscono speranza per ciò che sarà. che si attenua presto lasciando viva l’eco di cosa è stato e ora non è. sospiro per lamentarmi della vita, ma so di essere fortunato. perché ti ho, ci sei, mi hai, ci sono. la vita è bella oggi. #gojohnnygo

una lettera da lontano

caro johnny, immagino non t’aspettassi di ricevere una mia lettera. sono seduto sul divano e rifletto su questa cosa della vita. ormai me ne sono andato da un po’ e qui è tutto diverso. ho una casetta in centro, piccola ma accogliente e c’è il camino. posso finalmente appendere il poster dei green day! mi manca tutto di prima oppure no, le lunghe invettive appassionate. i giorni scorrono veloci e a volte temo che cercare di afferrarla questa esistenza non sia cosa. la sabbia scappa dal pugno ma stringiamo fino a farci male. insomma nella nostra serie tv non so se la puntata durerà proprio cinquanta minuti oppure avremo la fortuna di trovare una pubblicità stupida e cambiare canale. sono sicuro però il leitmotiv verrà rispettato e una svolta arriverà verso i tre quarti, quando gli spettatori si sono appassionati e hanno imparato a conoscere perfino il cattivo che li tormenta. solo ho capito di essere poi io stesso il mio nemico e in questi casi per chi puoi tifare davvero. spero tu stia bene e che scrivi ancora. fatti sentire.

catch-22

ti corteggiavo come solo nei sogni può condurre a un lieto fine quando i babysitters circus si sono intromessi ricordandoci che tutto andrà bene. hai in mente quei predicatori un po’ fuori di testa dotati di cartelli su quanto la fine sia in effetti vicina? beh vicina lo era davvero, anzi immediata perché un attimo dopo mi ritrovavo sprofondato tra il cuscino e un iphone impegnato a svegliare il vicinato, irraggiungibile a portata di braccio e quindi essenzialmente in un’altra dimensione. ok che anno è? lunedì. potrebbe esser peggio. il primo piede giù dal letto calpesta un sacchetto di popcorn sweet and salty mangiato solo per metà e mi ricorda che ho cenato a mezzanotte davanti alla solita puntata di xf. 22 minuti per barba-doccia-vestiti-cravatta sono un lusso. potrebbe piovere. ingabbiato in questa vita si riparte.

zeta reticoli

con le tue parole dipingi un ritratto ipperrealista, questa fotografia in alta definizione ti inchioda ai difetti di un buon terzo di vita, non te. e mi domando se sia tutto dettagliato anche per me che non chiamerei in quel modo un sentimento mal corrisposto. lo trovo crudele. il tuo sistema binario di stelle in più dimensioni e dal cuore pulsante destinate a trovarsi appena mentre aspettano di affievolirsi lo faccio un po’ mio, solo meno a fuoco che a fissarle mi fanno male gli occhi. sarà l’età, avrei bisogno di osservare da distanza di sicurezza. tento di declinarne le superfici e ci trovo. + camminare nella stessa direzione e abbandonare temporaneamente la solitudine che ci portiamo + il desiderio capace di travolgerti in misura inaspettata + ridere insieme e colorare la realtà grigia incollata + far pace + e condividere passioni quali cucina cinema musica + poi scoprirci nell’altro come vorremmo essere ma non sappiamo e pensare è possibile + essere lì nei momenti duri, quando metti hai sette tubi sette in corpo e sai solo accennare un movimento con la mano per dire ti sento + e occhi ti guardano e così non hanno mai guardato + rinunciare… Continue Reading →

e

| trovarti con rabbia, veleno | dopo un gioco da schiva | tigre non graffi davvero | ridere morderci il labbro | spalle al muro due occhi e una sfida | e allentare la presa e poi stringere ancora | e specchiarmiti dentro

milan

iniziavo ogni giorno nella mia latta con ruote e mi piaceva. formichina con l’idea che alino i giornali li leggesse a me e che li commentassimo insieme. clima controllato, deodorante, abito stirato e battere il tempo sul volante, ti lascio passare ma vaivaivai *#^@!*, i sedili riscaldati uno status symbol, huey lewis and the news, ma anche star soli tra anime sole che nelle loro di latte ti guardano ma non ti vedono. allora a trentacinque al mese ti compri il viaggio in scatola ma più grossa e senza gomma sulle ruote. bye alino e giornali, welcome temperatura che riesce a essere sbagliata tutto l’anno e dimentica il deodorante. però qualche sguardo lo incroci e puoi sorridere a una vecchina mentre le cedi il posto perché la vedi in difficoltà. e la flebile speranza di incontrare un’altra volta la ragazza che ti piace e aver paura di riuscire a parlarle.

un esercito nella pioggia

stille invisibili cadono e si appoggiano sul giubbotto leggere. alcune scelgono le lenti degli occhiali, ne stravolgono il significato e rendono ironicamente opaca la vista del mondo oltre. rifletto sul fatto che queste piccole si comportino proprio come i pensieri che in mattinate così ti sfiorano e rimangono, appiccicandoti ricordi spot di un passato che è stato, sereno e perduto, e solo raramente riportano un bagaglio di gioie speranze e sogni. concedimi non oggi, oggi viaggiamo appesantiti un tot dai diversi me che ho tirato su in questi anni per abbandonarli poco dopo o si sono distrutti a vicenda grazie al dannato richiamo del dolce farsi male che ci contraddistingue, le mie copie e me. quando si saprà dell’esistenza di un esercito di cloni ci daranno la caccia, la gente non possono, non devono sapere. johnny tutti del mondo vi invito a nascondervi.

scarpe da skater

la mattina quando esco controllo di avere le scarpe uguali. tra di loro. quasi sempre, una volta me ne sono dimenticato e, ma non erano vistosamente differenti. tra di loro. e se siamo scarpe anche noi certo si cammina bene in coppia, però ti sceglierei espressione di tutte le qualità che so di non avere. due piedi addobbati in un modo che sia un po’ folle magari, tipo io da tiptap e tu da skater.

il mare d’inverno

notte agitata, mi hanno indagato per aver guidato a distanza un aereo che partiva sott’acqua e portava una bomba ai petali di rosa. l’ho fatta franca perché il mio intuito mi ha permesso di disfarmi in tempo del joystick. prima dell’interrogatorio sono fuggito in un campo di grano, dove ho trovato una ragazza bionda e americana. lei mi ha invitato a giocare con un biliardo gigante. bello, ma le bocce – da gioco – erano in realtà arance anche un po’ mature e ciò ha reso il tutto piuttosto complicato. d’inverno il mare è limpido, però riflette il grigio del cielo e per questo motivo non è bello come d’estate. la prossima volta ti porto con il treno a san fruttuoso dove si può ammirare il cristo degli abissi. non serve un sottomarino, basta immergersi trattenendo il respiro.

vivo

litigo con le parole e fottesega. scrivo qui per me mica per voi, che volete. una spinta ti fa alzare la mattina e l’incontro con un’anima che non c’è. quella metà del mondo da cui è così dolce dipendere, ma anche questa cosa che non ci troviamo. desìderi e desidèri di essere compreso nell’essere di qualcuna che è altro e non può essere altrimenti. ciò-è essere non avere, eppure ci danniamo per averne più di tutti, che hai mors tua vita mea e non invece vivo io + vivi tu. io vivo.

time bomb

sneakers bianche come manifesto di vita, piccolo gesto di ribellione che noi anni ’80 ci concediamo sull’attenti in uniforme da ufficio. cappotto nero come l’illusione di avere una casella nel mondo e la presunzione che orari fissi, ruolo e una colonna sonora adeguata possano aggiustare tutto. secrets to a good life is knowin’ when you’re through

racconti

mi frulla l’idea che tutto il nostro essere sia essere ultimamente racconti. che esistiamo se stiamo personaggi nelle storie di qualcuno, siamo in quanto veniamo detti narrati o citati. in questo senso io posso a gran fatica tenermi in vita scrivendo di me, almeno finché avrò un’altra parola da buttare giù o fino a quando un nuovo johnny prenderà il mio posto.

grazie

e se ho almeno questo disastro di vita lo devo anche a te, che neanche so chi sei stato o chi sei stata, come ti chiamavi e come ti chiamavano. e non ho fatto in tempo a dirti

talento della prosa

ora li chiamano testi, saggi o articoli di giornale, una volta erano solo temi e a metà del lavoro, giocando con una sigaretta sulla scala antincendio, ripetevi le tue formule sottovoce e ti sentivi più fico di brizzi

insonnia

non-dormo vestito in un letto sfatto. da fuori lampioni mi dipingono con l’ombra di una grata, risvegliando una cosa che so, ma non ammetto.

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